Violenza domestica

Definizione e caratteristiche

La violenza domestica è un fenomeno trasversale che colpisce, seppur con modalità diverse e differenti gradi di intensità, tutti gli status sociali e non conosce distinzioni di età, provenienza geografica ed appartenenza culturale delle vittime. Essa riguarda, prevalentemente, donne, vittime di azioni violente agite da partner attuali o da ex.

Per l’OMS “qualsiasi atto di violenza fondata sul genere che comporti, o abbia probabilità di comportare, sofferenze o danni fisici, sessuali o mentali per le donne,  sia che si verifichi nella sfera pubblica che in quella privata, è considerato una violazione dei diritti umani delle donne; mentre la stessa organizzazione definisce la violenza da parte del partner, come la violenza perpetrata da partner o da ex partner che causi danni fisici, sessuali o psicologici, inclusi l’aggressione fisica, la coercizione sessuale, l’abuso psicologico e i comportamenti controllanti”.

Da queste definizioni emerge chiaramente come l’esito di queste azioni violente non sia sempre e solo circoscritto all’ambito fisico, bensì gli effetti più diffusi della violenza si ripercuotano sulla psiche della vittima generando stati ansiosi, depressione, calo dell’autostima, sensi di colpa e vergogna, che, in taluni casi, potrebbero comportare un ulteriore isolamento e ritiro sociale della vittima con la conseguente perdita di legami sociali e/o del posto di lavoro. Questo aspetto costituisce uno dei motivi principali per cui molte donne vittime di violenza domestica non denuncino i maltrattamenti subiti e, quando lo fanno, è solo perché costrette dalle “circostanze” che impediscono loro di mantenere il fenomeno all’interno delle mura domestiche.

La violenza domestica riguarda gli adulti, donne e uomini, ma spesso coinvolge, sia in maniera diretta che indiretta, anche i minori, determinando il fenomeno della violenza assistita.

L’obiettivo principale dell’esercizio della violenza contro le donne, o contro un familiare convivente, esercitata dal partner è quello di affermare il proprio potere, la propria supremazia riducendo in uno stato di sudditanza la vittima. Inoltre, la si definisce domestica proprio perché avviene tra le pareti di casa: il maltrattante esercita il suo potere in un luogo chiuso, protetto da sguardi esterni per diverse ragioni, tra le quali spesso ci vengono riferiti atteggiamenti dominanti, pervasi dall’insicurezza verso sé stessi nel confronto con gli altri, timorosi del giudizio altrui e animati dal desiderio d’isolare la vittima che potrebbe raccogliere consensi e supporto dal tessuto sociale nel quale è inserita. La vittima diventa, quindi, la valvola di sfogo per i disagi e le frustrazioni del maltrattante e al contempo l’oggetto su cui affermare un potere che al di fuori dal contesto domestico, il maltrattante non riesce ad ottenere.

Come riconoscerla

La letteratura in materia ha identificato un insieme di comportamenti e atteggiamenti ricorrenti tra gli autori di violenza domestica:

  • Controllo sui movimenti e sulle interazioni sociali della vittima, fino al punto di isolarla. Questo viene fatto sia inducendo la vittima a troncare le sue relazioni affettive, sia ostacolando i suoi progetti lavorativi; ma anche facendo passare alcuni suoi comportamenti come lesivi dei propri sentimenti (es. “se esci con le amiche senza di me vuol dire che non mi ami”; “se mi lasci, mi suicido”) o controllando i suoi accessi sui social o l’uso dei dispositivi di comunicazione (es “dammi la password dei social network”, “fammi vedere con chi eri al telefono”). Talvolta l’isolamento conduce alla limitazione degli spostamenti fisici della vittima, cioè alla segregazione
  • Intimidazione e paura generate attraverso il danno ad oggetti preziosi per la vittima (es. riduce a brandelli i suoi vestiti o danneggia gli strumenti del suo lavoro/hobby)
  • Umiliazione, anche pubblica, e screditamento di tutto quello che dice e fa la vittima (es. “non sei capace di fare niente” “sei una stupida”; “sei pazza” “io questo non l’ho mai detto, te lo sei inventata/o”) al fine di minare la fiducia in sé stessa della vittima. Questo comportamento serve anche a screditarla agli occhi dei familiari in modo che apparentemente credano che tutto vada bene e che sia la vittima ad inventare degli abusi inesistenti
  • Minacce verbali (di dolore fisico o morale, fino alle minacce di morte) e rinforzo della condizione servile della vittima (es. “sono io che comando qui”, “in questa casa si fa solo come dico io”)
  • Strumentalizzazione dei figli: vale sia nel caso in cui il maltrattante manipoli i figli per screditare l’altro genitore ai loro occhi, sia minacciando di portarli via e non farli più vedere alla madre
  • Minimizzazione o negazione degli atti di violenza: se la vittima fa notare che il maltrattante le ha provocato un danno o un disagio, questi le dice che sta esagerando, che si è trattato solo di un banale litigio
  • Pretesa di vedere quanti soldi la vittima ha speso e per che cosa o pretesa che la vittima dia parte dei suoi guadagni o risparmi al maltrattante, dietro minaccia

Uscire dalla violenza è possibile

Il nostro ordinamento tutela le situazioni di violenza domestica con l’art. 572 c.p., punendo “Chiunque […] maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte”.

Le cause che portano all’agire violenza sul partner sono purtroppo ancora legate ad alcuni stereotipi e luoghi comuni che cercano di motivare e talvolta giustificare gli abusi. Ebbene, la violenza non può mai essere giustificata, perché gli atti violenti sono sempre il frutto di una scelta.

Dalla violenza si può uscire. È un percorso che richiede coraggio e fatica, sia perché non è sempre facile mettere in discussione una relazione affettiva in cui si sono riposte speranze e fiducia, specialmente se ci sono anche dei bambini, sia perché è necessario riprendere coscienza del proprio valore, prendersi cura della propria salute fisica e psicologica, della propria autostima per ricostruirsi una vita dopo la violenza.

Nell’immediato è bene affidarsi alle forze dell’ordine e al Pronto soccorso, primi servizi che offrono aiuto, protezione e tutela velocemente (cfr Codice Rosa) o al 1522. Il passaggio successivo consiste nell’affidarsi ai Centri Antiviolenza, che dispongono di uno staff di professioniste (avvocate, psicologhe, psicoterapeute, assistenti sociali, counselor) preparate ad ascoltare, accogliere, accompagnare e supportare la donna.

NB: nel testo si identifica “il maltrattante” con il soggetto appartenente al genere maschile della coppia, perché il nostro centro antiviolenza assiste esclusivamente donne vittime di violenza, ma questo non esclude azioni lesive esercitate sugli uomini o all’interno di coppie omosessuali

Codice Rosa

Codice Rosa

Il Percorso per le donne che subiscono violenza viene formalmente istituito con il DPCM del 24 novembre 2017, dopo una serie di interventi normativi da parte del Ministero per le Pari Opportunità e un certo numero di protocolli avviati come progetti pilota in alcune regioni di Italia.

Lo scopo del Percorso è quello di accogliere le donne vittime di violenza di genere (anche se minori di 18 anni e indipendentemente dalla loro nazionalità) ed eventualmente i figli minorenni a seguito, garantendo un trattamento più delicato e riservato e indirizzarle, previo consenso, verso i servizi territoriali competenti che possano delineare insieme a loro un percorso di fuoriuscita dalla violenza.

A monte di queste disposizioni c’è la consapevolezza che le donne che hanno subito violenze sessuali o domestiche si sentano violate nella loro sfera più intima ed è quindi necessario garantire la massima privacy per evitare una seconda vittimizzazione e per restituire quella integrità (fisica e/o mentale) che si è corrotta a causa delle violenze sopportate.

Il Percorso, conosciuto con il nome di Codice Rosa, poiché di fatto è un codice giallo applicabile nei casi di violenza contro le donne, ha inizio nel momento del triage.

Secondo quanto disposto dalle Linee guida, la donna può accedere al Pronto Soccorso in diversi modi:

  • Spontaneamente, da sola o con i figli minori
  • A seguito di trasporto in ambulanza
  • Accompagnata dalle forze dell’ordine
  • Accompagnata da un parente o conoscente
  • Accompagnata dal maltrattante stesso
  • Accompagnata da operatori di Servizi Sociali o dei Centri Antiviolenza

Il personale infermieristico accoglie la donna e ricerca ogni segno di violenza, anche non dichiarata, e controlla nei database se ci sono accessi passati per motivi affini. Questo passaggio è importante per definire se la donna è vittima di un abuso occasionale o se ci si trova davanti ad un caso di violenza domestica.

A meno che le lesioni riportate non siano identificabili con un codice rosso emergenziale, alla donna verrà attribuito un codice giallo e verrà tempestivamente presa in carico dal personale sanitario (si raccomanda entro 20 minuti dal suo arrivo). Questo sia per evitare un allontanamento volontario della donna che rinuncia alla presa in carico, sia per non sottoporla a situazioni di disagio nelle sale d’attesa.

La donna viene accolta in uno spazio protetto da personale possibilmente femminile e adeguatamente formato, che, nel modo più preciso e dettagliato possibile, raccoglie il materiale necessario per la refertazione e per una eventuale denuncia. In questo frangente, il personale informa la donna dell’esistenza dei centri antiviolenza e dei suoi diritti, prendendo informazioni circa la presenza di figli minori.

Inoltre, si dispone che questo sia l’unico luogo in cui il personale sanitario procede alla visita e all’ascolto della donna, per non doverla obbligare a spostarsi tra i vari ambulatori e reparti della struttura ospedaliera.

Le Linee guida del Codice Rosa riportano anche una serie di disposizioni in merito alla formazione del personale socio-sanitario e delle forze dell’ordine, nonché un insieme di allegati in cui vengono specificate le modalità di ascolto della vittima, prelievo, refertazione, profilassi e somministrazione di terapie farmacologiche, sempre ovviamente previo consenso informato della donna.

Infine, il personale infermieristico le sottopone un questionario per la valutazione del rischio di recidiva, attivando, se la donna lo consente, i Centri Antiviolenza territorialmente competenti e, se necessario, disponendo un ricovero in osservazione.