Violenza economica

Definizione

Per violenza economica si intende ogni atto che ha lo scopo di privare la vittima, in tutto o in parte, della propria indipendenza economica o della partecipazione al godimento e alla gestione delle finanze domestiche comuni.

La violenza economica è la meno riconosciuta dalle donne che la subiscono in ambito domestico e per questo è considerato un fenomeno sottostimato: difficilmente le vittime ne hanno consapevolezza a causa dello stereotipo culturale in base al quale la gestione delle finanze e dei fondi familiari sia una prerogativa riservata al “capofamiglia”, ruolo culturalmente riservato ad un membro di sesso maschile della famiglia.

La violenza economica è annoverata dall’art.3 della Convenzione di Istanbul tra le violenze di genere nei confronti delle donne e quindi una lesione di uno dei diritti umani.

Quali sono i comportamenti che evidenziano una violenza economica?

Anche la violenza economica, come quella fisica e psicologica, è spesso caratterizzata da un’escalation dei comportamenti violenti.

Un marito che dice alla propria moglie “tu non hai bisogno di lavorare: ci penso io a te” sta salendo il primo gradino della scala che conduce alla dipendenza economica della propria compagna: allontanare la donna dal mondo del lavoro non le permette di guadagnare e avere un proprio sostentamento; questo la rende dipendente, totalmente o in parte, dalle finanze del proprio marito/compagno e nel contempo si impedisce la totale autorealizzazione della persona che rinuncia allo sviluppo di competenze professionali ed alla realizzazione di un progetto in ambito extra familiare.

Una prevedibile evoluzione consiste nell’avere un conto unico cointestato a cui, però, ha concretamente accesso solo il maltrattante, mentre alla donna è precluso non solo di potervi attingere mediante una carta di credito o debito, che in questi casi potrebbe anche non possedere, ma non le è neppure concesso di verificarne il saldo, i movimenti e la sua opinione rispetto agli eventuali investimenti dei risparmi non viene contemplata.

In queste situazioni è il maltrattante a fornire i soldi per la spesa: in un primo momento alla donna viene concesso un budget per le spese di cui, però, il maltrattante pretende un resoconto dettagliato.

Si passa poi ad una fase di controllo successivo in cui il maltrattante riconosce alla donna un budget calcolato solo per le spese familiari (generalmente si chiede alla donna di occuparsi solo dell’acquisto degli alimenti, poiché è il marito ad occuparsi del pagamento delle utenze, dei medicinali e delle spese mediche, di cui spesso la donna non conosce nemmeno gli importi).

L’escalation tocca il picco quando gli abusi del maltrattante si traducono in atti illeciti: a questo punto il maltrattante dilapida il capitale familiare senza mettere al corrente l’altro coniuge o, sotto minaccia, costringe la donna a fargli da prestanome, talvolta anche firmando documenti di dubbia provenienza o che celano una truffa, fino ad arrivare a svuotare i conti correnti in previsione di una separazione.

Questa tipologia di maltrattamento non si ferma neppure con la separazione e il divorzio, comportando delle difficoltà per la donna (e, se ne ce sono, anche per i figli) nell’adempimento del pagamento dell’assegno di mantenimento o del pagamento degli alimenti da parte dell’ex coniuge o ex compagno, oppure quest’ultimo può metterla in una situazione economica così difficile che la ex moglie, risultando un cattivo pagatore per l’amministrazione finanziaria, non può avviare una propria impresa o attività a seguito delle dubbie operazioni a cui la donna può essere costretta e di cui parlavamo poco sopra.

Come per le altre forme di violenza domestica, anche quella economica è di fatto trasversale e si manifesta in tutti ceti sociali, anche tra i più abbienti, e rappresenta uno strumento potentissimo di controllo e manipolazione.

È quindi evidente come molto spesso la violenza economica e quella psicologica si intreccino, non solo nei comportamenti, ma anche negli effetti: la vittima arriva a sentirsi dipendente dal suo maltrattante e fatica a vedere una via di uscita.

È frequente che la vittima perda fiducia in sé stessa (“se non mi lascia amministrare le finanze, anche in parte, è perché io non ne sono capace”) e nelle proprie capacità con conseguenti ripercussioni sull’autostima: in queste circostanze la donna abbandona ogni sua aspirazione di carriera o evoluzione professionale o progetto di vita extra-familiare; questi comportamenti controllanti portano all’isolamento della vittima, effetto ricorrente anche nei casi di violenza psicologica.

La violenza economica non è direttamente sanzionata, ma è alla base di taluni reati e illeciti puniti dal nostro ordinamento, tra i quali:

  • Art. 342bis e 342ter Codice civile: ordine di protezione contro gli abusi familiari, che hanno lo scopo di bloccare la condotta del coniuge o di altro convivente che sia causa di grave pregiudizio per l’integrità fisica o morale ovvero alla libertà del coniuge o convivente
  • Art. 572 Codice penale: maltrattamenti in famiglia, in quanto viene punita la sofferenza, mortificazione, offesa alla dignità della vittima, la soggezione psicologica e l’alienazione
  • Art. 610 Codice penale: violenza privata
  • Art. 600 Codice penale: riduzione e mantenimento in schiavitù
  • Art. 570 Codice penale: violazione degli obblighi di assistenza familiare

Violenza domestica

Definizione e caratteristiche

La violenza domestica è un fenomeno trasversale che colpisce, seppur con modalità diverse e differenti gradi di intensità, tutti gli status sociali e non conosce distinzioni di età, provenienza geografica ed appartenenza culturale delle vittime. Essa riguarda, prevalentemente, donne, vittime di azioni violente agite da partner attuali o da ex.

Per l’OMS “qualsiasi atto di violenza fondata sul genere che comporti, o abbia probabilità di comportare, sofferenze o danni fisici, sessuali o mentali per le donne,  sia che si verifichi nella sfera pubblica che in quella privata, è considerato una violazione dei diritti umani delle donne; mentre la stessa organizzazione definisce la violenza da parte del partner, come la violenza perpetrata da partner o da ex partner che causi danni fisici, sessuali o psicologici, inclusi l’aggressione fisica, la coercizione sessuale, l’abuso psicologico e i comportamenti controllanti”.

Da queste definizioni emerge chiaramente come l’esito di queste azioni violente non sia sempre e solo circoscritto all’ambito fisico, bensì gli effetti più diffusi della violenza si ripercuotano sulla psiche della vittima generando stati ansiosi, depressione, calo dell’autostima, sensi di colpa e vergogna, che, in taluni casi, potrebbero comportare un ulteriore isolamento e ritiro sociale della vittima con la conseguente perdita di legami sociali e/o del posto di lavoro. Questo aspetto costituisce uno dei motivi principali per cui molte donne vittime di violenza domestica non denuncino i maltrattamenti subiti e, quando lo fanno, è solo perché costrette dalle “circostanze” che impediscono loro di mantenere il fenomeno all’interno delle mura domestiche.

La violenza domestica riguarda gli adulti, donne e uomini, ma spesso coinvolge, sia in maniera diretta che indiretta, anche i minori, determinando il fenomeno della violenza assistita.

L’obiettivo principale dell’esercizio della violenza contro le donne, o contro un familiare convivente, esercitata dal partner è quello di affermare il proprio potere, la propria supremazia riducendo in uno stato di sudditanza la vittima. Inoltre, la si definisce domestica proprio perché avviene tra le pareti di casa: il maltrattante esercita il suo potere in un luogo chiuso, protetto da sguardi esterni per diverse ragioni, tra le quali spesso ci vengono riferiti atteggiamenti dominanti, pervasi dall’insicurezza verso sé stessi nel confronto con gli altri, timorosi del giudizio altrui e animati dal desiderio d’isolare la vittima che potrebbe raccogliere consensi e supporto dal tessuto sociale nel quale è inserita. La vittima diventa, quindi, la valvola di sfogo per i disagi e le frustrazioni del maltrattante e al contempo l’oggetto su cui affermare un potere che al di fuori dal contesto domestico, il maltrattante non riesce ad ottenere.

Come riconoscerla

La letteratura in materia ha identificato un insieme di comportamenti e atteggiamenti ricorrenti tra gli autori di violenza domestica:

  • Controllo sui movimenti e sulle interazioni sociali della vittima, fino al punto di isolarla. Questo viene fatto sia inducendo la vittima a troncare le sue relazioni affettive, sia ostacolando i suoi progetti lavorativi; ma anche facendo passare alcuni suoi comportamenti come lesivi dei propri sentimenti (es. “se esci con le amiche senza di me vuol dire che non mi ami”; “se mi lasci, mi suicido”) o controllando i suoi accessi sui social o l’uso dei dispositivi di comunicazione (es “dammi la password dei social network”, “fammi vedere con chi eri al telefono”). Talvolta l’isolamento conduce alla limitazione degli spostamenti fisici della vittima, cioè alla segregazione
  • Intimidazione e paura generate attraverso il danno ad oggetti preziosi per la vittima (es. riduce a brandelli i suoi vestiti o danneggia gli strumenti del suo lavoro/hobby)
  • Umiliazione, anche pubblica, e screditamento di tutto quello che dice e fa la vittima (es. “non sei capace di fare niente” “sei una stupida”; “sei pazza” “io questo non l’ho mai detto, te lo sei inventata/o”) al fine di minare la fiducia in sé stessa della vittima. Questo comportamento serve anche a screditarla agli occhi dei familiari in modo che apparentemente credano che tutto vada bene e che sia la vittima ad inventare degli abusi inesistenti
  • Minacce verbali (di dolore fisico o morale, fino alle minacce di morte) e rinforzo della condizione servile della vittima (es. “sono io che comando qui”, “in questa casa si fa solo come dico io”)
  • Strumentalizzazione dei figli: vale sia nel caso in cui il maltrattante manipoli i figli per screditare l’altro genitore ai loro occhi, sia minacciando di portarli via e non farli più vedere alla madre
  • Minimizzazione o negazione degli atti di violenza: se la vittima fa notare che il maltrattante le ha provocato un danno o un disagio, questi le dice che sta esagerando, che si è trattato solo di un banale litigio
  • Pretesa di vedere quanti soldi la vittima ha speso e per che cosa o pretesa che la vittima dia parte dei suoi guadagni o risparmi al maltrattante, dietro minaccia

Uscire dalla violenza è possibile

Il nostro ordinamento garantisce tutela a coloro che sono coinvolti in situazioni di violenza domestica con l’art. 572 c.p., punendo “Chiunque […] maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte”.

Le cause che portano all’agire violenza sul partner sono purtroppo ancora legate ad alcuni stereotipi e luoghi comuni che cercano di motivare e talvolta giustificare gli abusi. Ebbene, la violenza non può mai essere giustificata, perché gli atti violenti sono sempre il frutto di una scelta.

Dalla violenza si può uscire. È un percorso che richiede coraggio e fatica, sia perché non è sempre facile mettere in discussione una relazione affettiva in cui si sono riposte speranze e fiducia, specialmente se ci sono anche dei bambini, sia perché è necessario riprendere coscienza del proprio valore, prendersi cura della propria salute fisica e psicologica, della propria autostima per ricostruirsi una vita dopo la violenza.

Nell’immediato è bene affidarsi alle forze dell’ordine e al Pronto soccorso, primi servizi che offrono aiuto, protezione e tutela velocemente (cfr Codice Rosa) o al 1522. Il passaggio successivo consiste nell’affidarsi ai Centri Antiviolenza, che dispongono di uno staff di professioniste (avvocate, psicologhe, psicoterapeute, assistenti sociali, counselor) preparate ad ascoltare, accogliere, accompagnare e supportare la donna.

NB: nel testo si identifica “il maltrattante” con il soggetto appartenente al genere maschile della coppia, perché il nostro centro antiviolenza assiste esclusivamente donne vittime di violenza, ma questo non esclude azioni lesive esercitate sugli uomini o all’interno di coppie omosessuali

Codice Rosso

La legge n.69/2019, detta anche Codice Rosso, con i suoi 21 articoli mira a garantire una tutela maggiore alle vittime di violenza di genere e domestica, modificando e innovando il codice e la procedura penale. Lo fa da un lato introducendo nuove fattispecie di reato o inasprendo le sanzioni già esistenti, dall’altro attuando una serie di disposizioni volte a velocizzare la procedura relativa ai reati cosiddetti di genere.

Per quanto riguarda i nuovi reati, il catalogo si compone di:

  • Art. 387-bis c.p.: violazione delle misure cautelari di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, pena la reclusione da sei mesi a tre anni. Per fare in modo che i provvedimenti vengano rispettati, il giudice può imporre l’utilizzo del braccialetto elettronico
  • Art. 558-bis c.p.: costrizione o induzione al matrimonio (o all’unione civile), pena la reclusione da uno a cinque anni (da due a sette se la vittima ha meno di 14 anni)
  • Art. 583-quinquies c.p.: deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, pena la reclusione da otto a quattordici anni
  • Art. 612-ter c.p.: diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti (c.d. Revenge Porn), pena la reclusione da uno a sei anni e la multa da €5.000 a €15.000

La legge 69/2019 introduce anche ulteriori aggravanti al reato di omicidio: se la morte della vittima è conseguenza di maltrattamenti in famiglia o violenza sessuale, la pena è aumentata fino all’ergastolo.

L’inasprimento delle pene, invece, ha riguardato i reati di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.), lo stalking (art. 612-bis c.p.) e le fattispecie di violenza sessuale.

Per quanto riguarda i maltrattamenti in famiglia, se prima era prevista la reclusione da due a cinque anni, ora se ne prevedono da tre a sette. Il legislatore prevede anche che la pena venga aumentata della metà se il fatto è commesso in presenza o in danno di un minore, di donna gravida o di persona disabile; inoltre, il minore di anni 18 che assiste ai maltrattamenti è considerato anch’egli vittima.

Per gli atti persecutori (c.d. stalking) si sostituisce la reclusione da sei mesi a cinque anni con la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi.

Le violenze sessuali hanno visto un generale inasprimento delle pene: reclusione da 6 a 12 anni per chiunque minacci o costringa taluno a compiere o subire atti sessuali, mentre la pena aumenta se il reato è commesso a danno di un minore.

Come si diceva in introduzione, anche la procedura ha visto dei mutamenti: viene esteso l’obbligo della Polizia Giudiziaria di dare notizia immediatamente, anche in forma orale e successivamente scritta, al Pubblico Ministero, dei reati di maltrattamenti in famiglia, dei reati sessuali, dei reati di stalking e di revenge porn.

Infine, il Pubblico Ministero deve assumere, entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, informazioni dalla vittima o da chi ha sporto istanza, denuncia o querela, salvo che ciò non pregiudichi le indagini o l’incolumità della vittima o di un minore. Successivamente la Polizia Giudiziaria deve procedere senza ritardo all’adempimento degli atti delegati dal Pubblico Ministero e alla produzione della documentazione.