Conflitto e violenza

Le differenze

Troppo spesso le parole conflitto e violenza vengono usate come sinonimi, ma nelle relazioni interpersonali, specialmente di coppia, questo accostamento non si può fare, perché le due parole in realtà hanno dei significati ben diversi.

Ciò che differenzia la relazione conflittuale dalla relazione violenta è l’esercizio del potere: infatti, nella conflittualità c’è parità di potere, mentre nella violenza c’è disparità di potere. In particolare:

Il conflitto è caratterizzato da:

  • Consenso alla lotta da parte di entrambi (= litigio)
  • Situazione paritaria fra i due partners (= simmetria)
  • Non c’è intenzione di sottomissione o umiliazione o annientamento

Al contrario, la violenza è caratterizzata da:

  • Condizione di supremazia di uno sull’altro (= asimmetria e unilateralità)
  • Uso intenzionale della forza fisica o psicologica per dominare l’altra persona
  • Lo scopo delle azioni o delle parole usate è quello di ferire, sottomettere, umiliare l’altra persona
  • La vittima subisce un danno fisico, sessuale o psicologico, talvolta anche permanente

Una relazione conflittuale può trasformarsi in una relazione violenta nel momento in cui uno dei due partner non reagisce più al conflitto, perché subentra la paura delle reazioni dell’altro e degli effetti che queste possono provocare.

Il ciclo della violenza

Ma come si riconosce una relazione violenta?

La violenza domestica presenta dei comportamenti che ciclicamente si ripropongono. Le fasi del cosiddetto ciclo della violenza sono le seguenti:

  1. Fase di tensione: si inizia ad avvertire una certa tensione, fatta di parole scontrose, silenzi, atteggiamenti passivo-aggressivi del partner. Non è una violenza palpabile o appezzabile come quella fisica, ma si tratta comunque di una violenza psicologica. Tecnicamente in questa fase si dice che la donna “cammini sulle uova”, nel senso che calcola ogni suo comportamento e atteggiamento in modo che questi non inneschino una reazione violenta da parte del partner. Questo genera ansia, paura e confusione nella donna
  2. Fase dell’esplosione della violenza (maltrattamento): è la fase in cui si agisce con violenza. I primi episodi generalmente sono caratterizzati da parole offensive, denigratorie o minacce, ma ad ogni ciclo questa fase può intensificarsi in base ad una escalation che può prendere avvio con l’accanimento verso oggetti materiali, per passare a calci, schiaffi, spintoni, pugni ecc. nei confronti della vittima per giungere anche all’uso di oggetti contundenti o alla violenza sessuale
  3. Fase della rappacificazione: qui subentra il meccanismo delle minimizzazioni da parte della donna, che cerca di convincersi che “è stato solo un episodio” “sono in grado di controllarlo” “se io non gli avessi detto/se io non avessi fatto ciò, non sarebbe accaduto”, meccanismo che va di pari passo con i tentativi dell’uomo di discolparsi, es. “è stato un atto di gelosia” “sono molto nervoso per la situazione economica” “sono molto stressato dal lavoro”. In queste circostanze subentrano quindi i pentimenti che portano alla fase 4
  4. Fase della “luna di miele”: questa fase si suddivide in ulteriori due sottofasi, ovvero: A) Il maltrattante chiede scusa, si preoccupa della vittima, le presta attenzioni e atteggiamenti amorevoli, appunto come se fossero i primi appuntamenti; B) Il maltrattante scarica la colpa delle sue azioni sulla donna, la quale si sente colpevole e si sottomette ulteriormente

Col passare del tempo la fase della luna di miele si può accorciare, facendo ricominciare molto prima il ciclo della violenza e aumentando di intensità.

C’è da sottolineare che le fasi non hanno un tempo standard e definito. Può passare anche molto tempo tra una fase e l’altra, a volte così tanto che è difficile riconoscere se effettivamente ci troviamo davanti ad una relazione violenta.

La domanda ricorrente è: perché la donna già al primo episodio di violenza non si allontana?

La vittima all’inizio è convinta che sia un episodio unico, al secondo si convince che può tenerlo sotto controllo, ma man mano che la situazione si protrae nel tempo viene completamente soggiogata dalla paura. Solo dopo vari episodi di maltrattamento, quando si rende conto che la situazione è ormai insostenibile, la donna prende consapevolezza e si rivolge ai Servizi per iniziare il suo percorso di fuoriuscita dalla violenza.

Ricordiamoci, però, che ogni donna ha i suoi tempi, le sue motivazioni, il suo background socio-culturale e psicologico (es. ci sono donne che hanno visto il padre maltrattare la madre o già dall’infanzia hanno subito qualche tipo di violenza in famiglia e quindi sono convinte che la situazione sia normale), per cui ogni storia deve essere ascoltata, ogni donna accolta e soprattutto la vittima non deve essere giudicata.